Dalla vigna al cesello: la memoria della vite nel lavoro di Tiziano Reversi
- Maria Bellotto

- 18 gen
- Tempo di lettura: 5 min
«Come il vino non è più uva ma qualcosa di nuovo che porta memoria della terra, così i miei gioielli non sono semplici forme, ma materia che porta memoria di gesti antichi reinterpretati nel presente.»
Ci sono storie che iniziano in luoghi e tempi inaspettati. Legami che si intrecciano in modo indissolubile, che ispirano e diventano parte integrante di un’identità.
Sono quei gesti, quella sensibilità, quei ricordi che si tramandano, quasi senza rendersene conto, di generazione in generazione, senza bisogno di spiegazioni. Come quelli di Tiziano Reversi, che dai filari del nonno al banco da lavoro sui Navigli a Milano, racconta oggi una storia che arriva da lontano, dalla terra.
Reversi nasce a Trento e il suo rapporto con la materia e l’arte della cesellatura inizia molto presto. A soli sei anni realizza la sua prima opera, un gesto naturale, quasi istintivo che segna l’inizio di un percorso mai abbandonato. La passione cresce nel laboratorio del padre, osservandolo lavorare, imparando il mestiere prima con gli occhi che con le mani. È una formazione fatta di prossimità e ascolto, che si affina poi accanto a maestri cesellatori come Luciano Barberi e Tino Paoli.
E sono proprio questi ricordi, oggi, a ispirare le collezioni di Reversi, come The Tree of Life, un omaggio ai tralci di vite della vigna del nonno. Un ricordo da cui non emerge semplicemente un paesaggio, ma un gesto carico di senso.
E il primo pensiero che sovviene a Reversi ripensando alla vigna, musa della collezione, sono proprio le mani: «Le mani. Le mani di mio nonno che potavano con precisione assoluta, senza esitazione,» racconta. «Ogni taglio era un atto di fiducia verso la vita che sarebbe tornata. Rivedo i tralci contorti, nodosi come fili d’oro antico, e il gesto lento con cui legava i giovani germogli ai sostegni, non per dominarli, ma per guidarli verso la luce. Quello stesso gesto lo ritrovo oggi quando lego il metallo alla pece, quando guido il cesello attraverso l’oro senza forzare, ma ascoltando».
La vigna diventa così uno spazio liminale, simbolico, dove si impara il tempo, la responsabilità di ogni scelta. È simbolo centrale nella sua ricerca, non solo per il suo valore decorativo, ma anche per ciò che rappresenta: trasformazione, vita e morte, continuità. Un insegnamento che oggi riaffiora nel lavoro di cesellatura, dove la materia non può essere forzata, ma solo accompagnata.
«La vite è ciclicità, morte apparente e rinascita perpetua. Nelle mie collezioni non la rappresento in forma naturalistica, ma ne catturo l’essenza: il tralcio che si attorciglia diventa linea che percorre l’oro, il grappolo si trasforma in struttura geometrica, dove ogni elemento è connesso all’altro in un equilibrio organico» racconta Reversi. «La vite insegna che la vera continuità non è nella replica, ma nella trasformazione. Come il vino non è più uva ma qualcosa di nuovo che porta memoria della terra, così i miei gioielli non sono semplici forme, ma materia che porta memoria di gesti antichi reinterpretati nel presente».
Il suo lavoro procede come una vinificazione lenta: la materia originaria scompare per diventare altro, ma senza perdere la memoria da cui proviene. L’ispirazione non segue un percorso razionale. Può arrivare ovunque, spesso attraverso dettagli minimi, e nasce dall’osservazione delle persone. Reversi ascolta, intercetta le contraddizioni, il bianco e il nero delle esperienze umane, senza giudizio, consapevole che non esiste luce senza buio. Le sue creazioni nascono con l’idea di essere fonti di energia positiva, capaci di restituire senso alle esperienze vissute.
Il processo creativo prende forma attraverso il disegno, tracciato a mano. L’idea viene poi sviluppata nella cera o attraverso la modellazione tridimensionale, strumenti diversi ma complementari, entrambi necessari per dare struttura a un oggetto che, prima ancora di essere finito, deve essere vivo.
Il passaggio dalla memoria familiare alla consapevolezza artistica avviene in modo inatteso, nel silenzio del lavoro: così nasce The Tree of Life: «è accaduto una notte, al banco, quando stavo cesellando un intreccio complesso. Le mani si muovevano da sole, senza pensiero, e all’improvviso ho sentito, non visto, sentito, le mani di mio nonno nelle mie. Ho capito che non stavo solo creando un oggetto, ma perpetuando un linguaggio fatto di tempo, pazienza, rispetto della materia. In quel momento la cesellatura è diventata per me quello che la vigna era stata per lui: un modo per dialogare con la vita attraverso la ripetizione sacra del gesto».

Le analogie tra il lavoro del vignaiolo e quello del cesellatore sono profonde e strutturali. Entrambi richiedono ascolto, conoscenza, attesa. «Entrambi sono atti di collaborazione con la natura, non di dominio. Il cesellatore, come il vignaiolo, deve conoscere profondamente la materia: ogni metallo ha la sua voce, come ogni vite ha il suo carattere. Non puoi forzare l’oro più di quanto tu possa forzare un tralcio, si spezza. La potatura e il cesello condividono la stessa filosofia: togliere per rivelare, semplificare per essenzializzare. E poi c’è il tempo: ogni colpo di cesello, come ogni vendemmia, porta in sé tutte le stagioni precedenti. La vera maestria sta nel saper attendere il momento giusto».
In un’epoca in cui molti antichi mestieri stanno scomparendo, la cesellatura appartiene a una costellazione di saperi fragili, spesso soffocati dalla velocità e dall’omologazione. Scegliere di restare artigiano diventa allora un atto di differenziazione consapevole, una presa di posizione identitaria. Posizione non distante dal coraggio di chi, ogni giorno, torna a prendersi cura della terra, della vigna, del suo territorio.
Al centro di tutto resta un insegnamento semplice: «la fretta è nemica della perfezione». Nel laboratorio di Reversi il tempo assume un’altra densità. «Ogni pezzo nasce quando è pronto, non quando il mercato lo vuole. È un lusso che pochi possono permettersi oggi, ma è l’unico modo per creare qualcosa che sopravviva oltre la stagione, oltre la moda. Come il vino di una grande annata.»
Creare oggetti così profondamente radicati nella terra diventa oggi un gesto culturale, quasi politico nella sua delicatezza.
«Significa proporre un atto di resistenza gentile. Ogni mio gioiello è una dichiarazione: esiste ancora un tempo profondo, un fare che è preghiera laica, un’economia dell’anima prima che del profitto. Creare dalla terra, perché l’oro viene dalla terra, come l’uva, significa ricordare che siamo parte di cicli più grandi di noi. In un’epoca di smaterializzazione digitale, offro peso, sostanza, durata. Chi indossa un mio pezzo non compra un accessorio: si àncora a una genealogia di gesti, diventa custode di una storia che viene da lontano e andrà oltre. È immortalità tangibile».
Tiziano Reversi, con delicatezza, sensibilità e profondità, riesce a portare in un gioiello tutto il terroir di un intero mondo, quello della vigna di famiglia. Una collezione con un'anima, con radici profonde nella terra e nella storia, nei saperi e valori che si tramandano di generazione in generazione.








