Succulenta: raccontare il Sud, senza cliché
- Redazione

- 29 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
«Il Sud non è solo folklore o tradizione, è anche tecnica, studio, conoscenza della materia prima»
Nel cuore di CityLife, Succulenta sembra muoversi in controtendenza. Non per nostalgia, ma per necessità, per un bisogno solo all'apparenza semplice: sentirsi un po' a casa anche a Milano.
È Matteo Mottola a raccontare una storia che inizia lontano, dalle sue radici: «Succulenta nasce da un bisogno molto semplice: portare a Milano un pezzo di casa. Dopo anni di lavoro in cucine diverse, sentivo l’esigenza di tornare a quella semplicità piena e generosa che appartiene al Sud, dove ogni piatto è un racconto e ogni tavola una storia di famiglia». Milano, città che corre e cambia pelle di continuo, diventa così il luogo ideale per accogliere una cucina che ha radici profonde ma non ha paura di parlare il linguaggio del presente. «È una città che corre veloce, ma che ha imparato ad ascoltare».
Per Mottola, raccontare il Sud oggi significa liberarlo dai cliché. Restituirgli complessità. «Il Sud non è solo folklore o tradizione, è anche tecnica, studio, conoscenza della materia prima», spiega. Da Succulenta, memoria e tradizione sono un equilibrio sottile tra rispetto e curiosità, tra ciò che resta e ciò che cambia, ma senza mai snaturarsi. «In ogni piatto c’è memoria, ma anche curiosità e voglia di evolvere».
Anche il nome è una dichiarazione di intenti. “Succulenta” è una parola che non chiede spiegazioni, ma una reazione istintiva, di pancia. «È una parola che mi fa sorridere ogni volta che la dico: evoca piacere, abbondanza, desiderio». È una cucina che non cerca distanza né artificio. «Una cucina istintiva, carnale, che coinvolge tutti i sensi. Nessuna posa: solo gusto, verità e quel pizzico di ironia che è parte della nostra identità».
Lo spazio racconta la stessa storia. Non solo nel menù, ma nell’atmosfera, nei suoni, nei silenzi. «Succulenta è una sintesi delle mie origini pugliesi e campane, ma anche del modo in cui sono cresciuto: in una casa dove la cucina era il centro del mondo». Ogni dettaglio nasce da un ricordo: il sugo della domenica, le chiacchiere attorno al tavolo, la musica che arriva dal balcone del vicino. «Volevo che il ristorante avesse quell’anima lì: calda, accogliente, imperfetta nel modo più bello possibile».
Portare l’intimità di una trattoria di paese nel cuore di un quartiere contemporaneo come CityLife significa rimettere le persone al centro. «Il servizio, il sorriso, il tempo che dedichiamo a chi si siede da noi contano quanto la qualità dei piatti». Il vero lusso, per Mottola, è sentirsi riconosciuti. «Quel posto dove torni e ti ricordano cosa avevi preso l’ultima volta».
La cucina popolare, a Succulenta, non viene mai svuotata del suo valore: tecnica e ricerca non servono a nobilitare, ma a valorizzare, a dare continuità a un sapere che appartiene a tutti. «La cucina popolare non è povera, è generosa: nasce da mani che sanno trasformare poco in tanto».
Lo spirito del luogo si manifesta nei momenti più semplici. «Quando la sala si riempie di voci e profumi, e qualcuno si alza per venire in cucina a ringraziare». O alla fine del servizio, quando la musica sale un po’ e la brigata si concede un bicchiere insieme. «È il nostro modo di dirci che anche oggi abbiamo fatto qualcosa di bello».
Se Succulenta fosse un’immagine, per Matteo Mottola sarebbe una grande tavola: «Un grande tavolo di legno, con piatti pieni, mani che si muovono, risate, bicchieri che si toccano. Il caos buono di una domenica al Sud». Un luogo dove mangiare bene è solo l’inizio. È il sentirsi parte di qualcosa di vero, il motivo per tornare.
















