La strana vita dei ristoranti salvati su Google Maps
- Maria Bellotto

- 16 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Google Maps è diventato l’archivio delle migliori intenzioni gastronomiche: indirizzi, occasioni e una versione di noi stessi più gourmand di quello che siamo davvero.

Sul mio Google Maps ci sono più ristoranti di quanti potrò visitare in una vita ragionevolmente lunga e irragionevolmente affamata.
Ci sono indirizzi salvati a Milano, Parigi, Tokyo. Ci sono trattorie a un’ora da casa e locali dall’altra parte del mondo. Alcuni li ho aggiunti dopo aver visto un post su Instagram. Altri non ricordo davvero da dove vengano o chi me li abbia consigliati. Chi potrebbe avermi mai segnalato una caffetteria in Repubblica Ceca? Eppure è lì e ognuna di queste stelline (o emoji dell’aragosta, nel mio caso) contiene una vaga promessa: prima o poi ci andrò. Salviamolo, potrebbe sempre tornare utile.
Quel “prima o poi”, però, continua ad allontanarsi e la mia mappa, intanto, cresce, rendendo quell’orizzonte temporale ancora più sfumato.
Salvare un locale è diventato uno dei gesti più automatici del nostro rapporto con il cibo. Lo vediamo apparire sullo schermo, tocchiamo il nome, apriamo la posizione, premiamo “salva”. Pochi secondi. Una piccola scarica di soddisfazione. Una rubrica gargantuesca che ci fa sentire conoscitori ed estimatori del panorama enogastronomico mondiale.
Abbiamo trovato qualcosa, abbiamo riconosciuto qualcosa, siamo il genere di persone che potrebbe andare lì. L’ultima parte conta forse più delle altre.
Le nostre mappe raccontano la vita che immaginiamo di avere. Il wine bar per un martedì sera spontaneo. Il ristorante autentico per quando qualcuno verrà a trovarci e vorremo fare bella figura. La pasticceria dall’altra parte della città in cui andremo una domenica mattina, se mai ci alzeremo in tempo e avremo voglia di fare una fila di mezz’ora per un pain au chocolat.
Una collezione di possibili versioni gourmand di noi stessi, dei nostri appetiti e dei nostri desideri. Solo che, spesso, quelle versioni restano cristallizzate dentro un telefono.
Continuiamo a salvare posti mentre torniamo negli stessi locali. La mappa si riempie, le abitudini non cambiano. Possedere l’indirizzo sembra sufficiente a placare per qualche istante il desiderio di andarci. Il metadone in formato guida Michelin.
Ma in fondo: che male c’è? È un vizio innocuo, una forma di accumulo senza ingombro. Nessuna mensola da riempire, nessun oggetto da spolverare. Soltanto puntini distribuiti su una città. Il collezionismo perfetto per un’epoca in cui vogliamo avere tutto senza doverlo davvero possedere. Perché in fondo, possedere, scoprire, giudicare (nell’accezione migliore del termine) è una fatica che richiede tempo e senso critico.
E quindi, anche la nostra fame ha assunto la forma di un archivio. Performativo. Piacione. Un po’ esibizionista.
Una volta si sentiva parlare di un posto. Qualcuno raccontava un piatto, uno chef. L’immaginazione completava ciò che mancava. Oggi arriviamo al ristorante dopo averlo già attraversato decine di volte. Ammesso che ci andremo davvero.
Perché la maggior parte dei luoghi salvati sulle nostre mappe resta lì. Li aggiungiamo per non perderli, poi li dimentichiamo. Ricompaiono mesi dopo, mentre cerchiamo un parcheggio o una stazione, e spesso non ricordiamo nemmeno perché ci avessero colpiti.
Salvare un posto è diventato un modo per rimandare una decisione senza rinunciarvi. Non dobbiamo scegliere quando andarci, con chi o per quale occasione. Ci basta sapere che esiste e che, prima o poi, potremmo farlo.
Le nostre mappe raccontano così una vita più curiosa di quella che viviamo davvero. Una vita fatta di deviazioni per una brioche, trattorie fuori città, cene improvvisate in quartieri lontani. Nella realtà torniamo spesso negli stessi tre posti.
Il paradosso è che più indirizzi salviamo, meno riusciamo a scegliere. Tutto sembra interessante, nulla abbastanza urgente. Apriamo Maps, scorriamo, chiudiamo Maps. Forse non stiamo collezionando ristoranti. Stiamo collezionando possibilità.
Il problema, qui, nasce quando salvare prende il posto di andare. Quando una lista piena ci fa sentire curiosi senza costringerci a esserlo davvero.
Prenderci la briga di guardarci attorno, assaggiare, vivere i posti prima di archiviarli. Lasciare spazio all’imprevisto, scegliere senza sapere già tutto, accettare che una cena possa deluderci oppure sorprenderci.
La curiosità non è una cartella piena di stelline. È uscire, provare, sbagliare strada. È correre il rischio di esserci.


