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Wayne Thiebaud: Lemon Cake, pastry shop e il sogno americano

Gloria Occhipinti
27 set
Tempo di lettura: 6 min

Wayne Thiebaud, le torte e l’America: il cibo diventa memoria, desiderio e materia pittorica, tra diner, Pop Art e storia dell’arte.



Non è certo mia intenzione aggiungere una parola, al già estesamente sviscerato tema — diremmo, se amassimo il gergo aziendalista, che non amando chiameremo più cartesianamente, discorso sul cibo. O, volando basso bassissimo, food.


Del piatto, dei piatti stellari, degli chef in the sky with the diamonds, mi pare esista già una mole superba di dispensatori, di estimatori e di detrattori. E in questa rubrica ci guarderemo bene dall’ingrassare ulteriormente il ventre degli ascari del commento e dello sgomento enogastronomico.


Ci piacerebbe, invece, fare del cibo una sorta di diorama dell’immaginario. Posarci, con la leggerezza di una farfalla il cui battito d’ali non determina alcunché dall’altra parte dell’universo, sull’una o sull’altra occasione letteraria, cinematografica, musicale: insomma, su qualunque accadimento abbia visto il cibo, l’edibile, il commestibile, per dirla scarnamente, come gli anglofoni ci hanno educati a fare, uscire dal piatto.


Non ci interessa dunque stabilire come il cibo diventi un piatto, in quale riduzione debba finire o su quale letto debba essere adagiato.


Fuori dal piatto nessuna pietà! Perché è proprio fuori dalla circostanza del nutrirsi che, a nostro avviso, il cibo può acquisire una dimensione simbolica finalmente argomentabile, dismettendo i panni professionali, può serenamente piantarla con la boria dei suoi successi, dei goals raggiunti, dei sous chef, dei  sì chef, dei super chef, soprattutto adesso che anche loro sono stanchi di guardare le stelle.


Adesso, le cibarie, le vivande come si direbbe in oratorio, possono tornare tra noi comuni mortori, a essere natura morta o, meglio, vita immortalata! Liberandosi dalle catene, dalla palla al piede del to be or not to be dell’“esperienza enoganostronomica”, il cibo performativo chiude il sipario, smantella baracca e baracchini, licenzia pupi e pupari, librandosi in un orizzonte il cui senso si polverizza in una deflagrazione di sensi (reference Magnum), diventando il corpo e il sangue di una memoria, di un’epoca, di un universo. Transustanziazione avvenuta con successo!


Adesso, piuttosto, usciamo sibillinamente, in punta di piedi, da questa intro prima che rischi di precipitare in una vertigine pidocchiosa e ombelicale come soltanto gli onanismi compiaciuti di certe tesine accademiche sanno essere.

A corollario di quanto detto, piuttosto, ci infiliamo la fascia istituzionale e tagliamo subito il nastro inaugurale del nostro tableau vivant, introducendo il nostro primo ospite immaginario: Wayne Thiebaud.



Non riesco a pronunciare mentalmente questo nome senza avvertire la suggestione del suono pronunciato da Phillipe Daverio, non fosse altro che, ne sono abbastanza certa, sarà stato protagonista di uno dei suoi Passpartout. Sento la sua prvonuncia da qui.


L’artista, in effetti, fu lungamente costretto dentro e divulgato attraverso il molto poco gradito nonché improprio formato del genere Pop Art, incasellato dalla faciloneria deduttiva degli entomologi dell’arte.


I quali entomologi, come sappiamo, seguendo l’infallibile regola del tre, sistematizzano il cosmo secondo questo schema deduttivo: un dato tizio rappresenta con morbosa minuteria Pancake, Hamburger, Hot dogs, Coni gelato, Tramezzini, Sundae, e annotate bene: torte glacé straripanti di creme, torte debordanti di farciture e meringhe, torte stracolme di panna montata, torte nuziali a più strati, più strati e più piani sormontati da ciliegie, più piani e più strati virgolettati da fragole e fragoline…


E ancora: Lemon Cake, Caramelle a forma di caramella, Chewing gum colorati, tantissimi chewing gum colorati in fila per tre col resto di due, e per di più in quei dispenser senza molla di rilascio, che solo a scriverne cerco già un gettone per farne cascare mille, e tutto questo, se nessuno ha niente da obiettare, ci dicono i nostri tassonomisti, è la rima visiva di un solo immaginario, o meglio di una e una sola grossa, grassa, americanissima acquolina collettiva (i santoni dell’healthy sarebbero arrivati soltanto decenni dopo insieme all’apocalisse di Giovanni). Così parlò la sciendsa e dunque, Fibonacci permettendo, guys that’s Pop art.


Ma il signor Wayne Thiebaud, che pure nei diner, nelle tavole calde c’aveva lavorato da giovanissimo, e che pure era stato, in effetti, illustratore per quei Walt Disney Studios prima che le risorse disumane si accorgessero dei suoi aneliti sindacalisti, e che poi fu pubblicitario e grafico, e pittore di insegne e illustratore, e tutte quelle altre professioni o figure che ruotano attorno alla, udite udite, produzione di contenuti pubblicitari, ma 80 anni fa, in quel Ritorno al futuro che erano gli Stati Uniti, beh, il Signor Thiebaud non usa immagini di consumo, per via del consumo che se ne fa.


Ama l’arte commerciale ma detesta forse la riproducibilità industriale degli oggetti, non preoccupandosi né di commentarla, né di denunciarla né, tantomeno, di rappresentarla. «mi interessano l’ordinario, il comune, il quotidiano. Penso che sia la cosa più interessante da dipingere»


Odia il piatto pronto della fotografia: ama la tabula rasa della Pittura. E se rappresenta tutto quello che gli è stato più visceralmente familiare lo fa, forse, solo per applicare un più proustiano metodo madeleine alla tela, per approfondire il suo rapporto con il mondo attraverso la Pittura e con la Pittura attraverso il mondo, e più affonda il dito nella piaga, più immerge il pennello nella crema, più sprofonda in questo cremoso, viscoso, burroso, ora meringato, ora glassato, ora candito, ora zuccherino, languoroso, voluttuoso, carezzevole e infine dolcissimo rapporto con la pratica. E la pratica ringrazia. Riemergendo Arte.



Il vignettista Saul Steinberg paragonò il suo lavoro ai mosaici romani: “Aveva riprodotto una testa di cavallo, con i denti, e i denti si adattavano perfettamente alle forme dei tasselli del mosaico”. Aveva scritto: “La pittura di Thiebaud è come quei denti. È una corrispondenza perfetta”, sottolineando la singolare mimesi compiuta da Thiebaud, capace non solo di evocare con precisione la morbidezza e la consistenza zuccherina delle creme e delle glasse, ma di assorbirne la voluttà, trasmetterne la sensualità e istigarne il desiderio.


Adesso, non so se sono capace di mantenere le promesse, ma mi sforzerò di mantenere le premesse e dunque, torniamo alle torte.


Thiebaud sta alla Lemon pie come Dante sta a Virgilio. Non dico stupidaggini, vi avviso. Attraverso la Lemon cake, il Cup cake o la cake e basta, Thiebaud riesce a compiere un viaggio ultraterreno, un trip lisergico a giudicare dall’uso del colore: non sono tinte lucide, ma colori drogati dal desiderio, dalla voluttà del piacere che la gola trasferisce alla mente e affida alla memoria, colori allucinati dalla nostalgia, compromessi dal riverbero della malinconia, irrisi dalla sagacia, corrotti dalla sensualità sorgiva che è propria dei dolci e che, dulcis in fundo, è il caso di dirlo, sono resi finalmente materici, tattili, seduttivi, colmi di un’emotività vibrante, completamente impressionata dai sensi.



Del resto, c’è più America dietro le vetrinette delle bakery, dove si scorgono alzatine che sostengono piani e strati di torte sontuose, che, sedute come matrone, sono ornate di glasse brillanti e incoronate da turbanti di meringhe; c’è più America nel referto di un eterno sogno americano quotidianamente sfornato dai pastry shop, e nelle farciture che disegnano rose di crema, ciuffi di burro, cupole di glassa, punti, perle e altri virtuosismi da sac à poche elementarmente poetici che sgomitano per risaltare, come gioielli, fra i banconi delle patisserie; c’è persino più America nell’ambiguità soffusa di quell’indistinto favoloso e perturbante dei diner e nelle tavole calde dell’east coast americano, nella tracotanza fiera e lussureggiante delle glasse e nella sferzante, grossolana, coloratissima dolcezza dei donuts. E tanta America c’è nel più fieramente sgraziato, sfacciato, compiaciuto esemplare del panino più democratico, blue collar e working class che esista, il pitcher nella squadra dei sandwiches, il sempre caldo hot dog.


C’è più America in tutto questo che nella sua Costituzione.


Quello dunque che Thiebaud fa attraverso le sue allucinazioni zuccherine e la sua patisserie lisergica è un attraversamento metafisico: un moto di rotazione verso sé stesso, verso tutta la cultura visiva ingoiata, e insieme un moto di rivoluzione attorno al sole, ovvero tutta la storia dell’arte assorbita. 


La lemon meringue pie incontrerà con lui e per lui Chardin, Cézanne, Manet, Giorgio Morandi, Matisse, Hopper, Diebenkorn, Velázquez e Degas, Monet e Picasso, Giorgio de Chirico e Henri Rousseau, Daumier e Piet Mondrian, Willem de Kooning, Gorky, Kline, Rothko, Steinberg, Pierre Bonnard, Sorolla, Ingres, Corot, Rembrandt, Dürer, Morisot, Rosa Bonheur, Walt Kuhn, Guy Pène du Bois e Herriman, prendendo per la gola Thiebaud e portandolo nell’ al di qua della Pittura e nell’aldilà della storia dell’arte; e questo corredo dolciario, questa allucinazione glicemica, ha il valore di un’Ayahuasca, dalla quale l’artista riemerge da un mare di glassa caramellizzata, fra ciuffi di meringa, rose di crema e volute di panna, di ritorno da un viaggio analitico nella sua storia e nella storia che rende la sua arte, tale.




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