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La via italiana allo specialty secondo Aliena Coffee Roasters

  • Immagine del redattore: Redazione
    Redazione
  • 22 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

La via italiana allo specialty che Aliena porta avanti non cerca scorciatoie. È un percorso che unisce produzione e cultura, tecnica e sensibilità, territorio e immaginazione.


Micro-torrefazione indipendente con sede a Roma, Aliena Coffee Roasters è stata fondata da Dafne Natale Spadavecchia, Dario Fociani e Arturo Felicetta, nascendo come spazio di ricerca e sperimentazione sullo specialty coffee.


Aliena lavora infatti esclusivamente con microlotti selezionati da Colobia, Brasile ed Etiopia, relazioni dirette con i produttori e un approccio alla tostatura pensato per accompagnare — e non sovrascrivere — l’identità del chicco. Più che una torrefazione, Aliena è un progetto culturale che usa il caffè come linguaggio per parlare di territorio, comunità e consapevolezza, mettendo in discussione abitudini consolidate e immaginando una via italiana allo specialty, accessibile, curiosa, profondamente legata alla materia prima.


Parlare di via italiana allo specialty, per Aliena, significa prima di tutto riportare l’attenzione sul punto di origine: la produzione. Non come racconto o esercizio di trasparenza performativa, ma come lavoro quotidiano fatto di scelte, relazioni, ascolto. «La filiera è la parte più complessa del nostro lavoro», racconta Spadavecchia. «Parliamo di distanze enormi, di territori difficili da raggiungere, di contesti sociali e climatici fragili. E poi di lingua, di fiducia, di comunicazione».



Viaggiare, incontrare i produttori, sedersi allo stesso tavolo durante un cupping, significa iniziare una conversazione che va oltre il prodotto. Significa comprendere come quel caffè nasce, come viene lavorato, quali decisioni vengono prese prima ancora che il chicco arrivi in torrefazione.


Il lavoro sul direct trade, per una micro-torrefazione, non è mai lineare. Richiede collaborazione, condivisione di rischi, capacità di fare rete. «Le piccole realtà come la nostra hanno bisogno di unirsi», spiega Spadavecchia. «Solo così si riesce a sostenere i costi, a creare volumi, a rendere possibile una filiera più diretta». È un sistema fragile, ma vivo, in cui ogni passaggio ha un peso reale — economico, umano, culturale.


In torrefazione, questa complessità si traduce in un gesto preciso. Aliena parla di terroir overlay per descrivere il proprio approccio: non un’impronta che si sovrappone, ma un accompagnamento. «Il terroir non è solo il suolo», racconta Spadavecchia. «È il clima, la comunità, le persone. La tostatura deve permettere a tutto questo di esprimersi». Dentro un chicco di caffè ci sono già centinaia di composti aromatici; il lavoro del roaster è renderli leggibili, non riscriverli.



Finca El Gardin, oggi uno dei caffè più iconici di Aliena, nasce esattamente da questa logica. Un rapporto costruito nel tempo con il produttore, una lavorazione honey — in cui parte della mucillagine, la componente naturalmente zuccherina del chicco, viene lasciata aderente durante l’essiccazione per amplificarne dolcezza e profondità aromatica senza compromettere la pulizia — e un profilo che viene affinato lentamente, seguendo l’evoluzione del gusto. «È un caffè che ci accompagna da anni», dice Spadavecchia. «Abbiamo fatto cambiamenti impercettibili, sempre in ascolto». Un esempio di come la produzione non sia mai statica, ma un dialogo continuo.


Anche il modo in cui questi caffè vengono raccontati al pubblico riflette la stessa attenzione. Nessuna volontà di stupire o di imporre un linguaggio tecnico. La qualità, in questa visione, non è una soglia da superare ma uno spazio da abitare, fatto di familiarità e scoperta, di gradualità.


La via italiana allo specialty che Aliena porta avanti non cerca scorciatoie né rotture nette. È un percorso che tiene insieme produzione e cultura, tecnica e sensibilità, territorio e immaginazione. Un modo di pensare il caffè come materia viva, capace di muoversi, cambiare, viaggiare.


In fondo, è questo il cuore del progetto: fare del caffè un luogo di relazione. Tra chi lo coltiva, chi lo lavora, chi lo beve. E lasciare che, tazza dopo tazza, una cultura diversa prenda forma — senza forzature, ma con attenzione, rispetto e tempo.


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